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TESTO CRITICO
di Robert C. Phillips
L’attesa, nel principio c’è l’attesa, e il contemplarsi tra specchi e polveri in immagini colorate ma stranamente prive di corpo, insature, flebili, sussurri di colore che non paiono il riflesso del reale ma giocano con le sfumature ambigue dei chiaroscuri, consenso e consenzienti non vengono cercati né interpellati si legge soltanto l’inevitabilità dell’incipiente.
S’infonde di una strana malinconia il racconto, un indugio ovattato, narra di particolari, riflessi di oggetti, membra, ora sfocati ora di lucida e chiara definizione, abitanti un tempo alterato, divagazioni che collocano e creano una cornice d’intorno, luogo in cui sembra possibile immergersi due volte nella stessa acqua del fiume, il cui greto, non bagnato, è velato dal grigiore della polvere come visto da un lontano vetro appannato, qui dove il tempo non ha riflusso, né passa, e il movimento ha gli echi opachi della pietra, uno specchio senza grinze e i riflessi, vaghi, sono predisposti una volta per sempre.

Ma in tutto questo non si cerchi né naturalistico né pittoresco: nel bianco e nel nero affonda tutto ciò che sta nell’attesa del rito, figure che anticipano e subiscono l’atto rinunciando alla parola, soltanto accompagnate da un suono in divenire, non ancora musica, e la cui unica scrittura ammissibile è quella dei simboli tangibili di una accettata, ma ineluttabile, sentenza. Perdita del naturale e della sua spietata innocenza, il bianco che diviene colore e non negazione di sé, simboli frammentari che invadono il chiarore del corpo, ne corrompono la chiara plasticità, macchiano di superfluo quella pelle coperta di panni bagnati intrisi di ciò che è l'essenza stessa del racconto.

Solo uno sguardo disattento potrebbe scambiare per casuale la catena di azioni, è una riva innaturale dove non bagna né si ritira l’acqua di colore morto, il suono diviene musica, o meglio canto, e i colori come stupiti dalla loro stessa consistenza prendono corpo, i gesti diventano più consapevoli, frenetici, obbligatori, espliciti all’azione, la pelle imbiancata e le pietre chiare tra acque rosse e nere. Ma a ben cercare non si troverebbe un colore puro ma le infinite sfumature che, solo nel loro insieme, ne compongono l’idea. Il bianco, il nero e il rosso ciò che è, o pare, ornamento diventano simbolo e colore estranei alla visione, quasi scoglio, nell’acqua densa del narrato.

È necessario entrare in una sospensione del giudizio, allontanarsi dalla ricerca di una retorica, le immagini sono come grafismi e non scritture o pitture, gesti di un atto dovuto, una forma vuota, ma non vuota in quanto essa stessa sostanza, ma vuota in quanto di un senso minimo, eppure mai futile; in essa cercare l’immagine del tempo è volerla declassare, trascinarla verso un significato non proprio, il gesto come aforisma lontano dal senso ma comprensibile nell’atto del fare, l’atto enuncia e pratica, ma non ci sono sbavature, né significati reconditi, quel che significa è tutto là dentro e quello che resta è l’esenzione del senso, la definizione è trasferita al gesto che assomiglia a niente ma è tutto leggibile.

Nel mentre, dal fondo guarda, in forma di ingenuo simulacro, colui che fu Il figlio del dio e della ninfa, il dio pastore, la cui morte fu annunciata dalle rive dell’isola con un urlo che pervase il mondo intero, il canto a sottofondo ora rilancia quel grido, inutilmente, anche qui ormai l'Arcadia è perduta ed esso stesso è solo pietra, le sue figlie non donano più risate o pozioni, resta solo loro il cercare l'imbrunire che andrà a soffocare il mormorio del giorno.